Letteratura Italiana Einaudi in 10 cd-rom
Approfondimenti on line: le domande dei lettori, le risposte degli esperti.
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Cd 1:
- Francesco d'Assisi
- Guido Cavalcanti
- Dante Alighieri


Presentazione dell'opera

Cd 1:
- Francesco d'Assisi
- Guido Cavalcanti
- Dante Alighieri


Cd 2:
- Francesco Petrarca
- Giovanni Boccaccio


Cd 3:
- Matteo Maria Boiardo
- Poliziano


Cd 4:
- Ludovico Ariosto
- Niccolò Machiavelli
- Francesco Guicciardini


Cd 5:
- Torquato Tasso
- Giordano Bruno


Cd 6:
- Galileo Galilei
- Tommaso Campanella
- Giovanbattista Marino


Cd 7:
- Carlo Goldoni
- Giuseppe Parini
- Vittorio Alfieri


Cd 8:
- Ugo Foscolo
- Alessandro Manzoni
- Giacomo Leopardi


Cd 9:
- Giovanni Verga
- Giovanni Pascoli
- Gabriele D'Annunzio


Cd 9:
- Italo Svevo
- Luigi Pirandello


Cd 10:
- Giuseppe Ungaretti
- Eugenio Montale
- Elsa Morante
- Primo Levi



Questo servizio on line offre ai lettori della Letteratura Italiana Einaudi la possibilità di richiedere via email approfondimenti specifici sugli autori e sulle opere trattati nella sezione "Percorsi didattici". A tutte le domande sarà fornita in breve tempo una risposta privata. Pubblicheremo in queste pagine le domande e le risposte più interessanti, senza citare il nome del richiedente. L'indirizzo a cui scrivere è letteratura.italiana@einaudi.it


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I "Percorsi didattici" del cd 1:
Francesco D'Assisi
Guido Cavalcanti
Dante Alighieri

Francesco D'Assisi

Francesco D'Assisi e Gabriele D'Annunzio [29 agosto 2002]
Le Scritture e il Cantico di Francesco
[28 agosto 2002]
Lettura simbolica del Cantico
[27 agosto 2002]
Struttura del Cantico francescano
[26 agosto 2002]
Una piccola bibliografia
[23 agosto 2002]
Attualità di Francesco [23 agosto 2002]
Il problema della lingua [23 agosto 2002]

Nel percorso su Francesco si accenna ad un possibile rapporto tra il santo e Gabriele D'Annunzio: come è possibile conciliare la spiritualità francescana tutta votata all'umiltà e alla povertà con l'edonismo dannunziano?
Che la figura di San Francesco in qualche modo sia un punto di riferimento e un modello importante per D'Annunzio non è un'ipotesi azzardata di qualche critico troppo audace, ma è una verità testimoniata dallo stesso poeta che si circonda di immagini del santo anche nella villa di Gardone, passata alla storia con il nome di "Vittoriale degli Italiani", dove trascorse molti anni prima di morire. In effetti è lecito chiedersi cosa accomuni al mito di santità e di spiritualità rinnovata predicato da Francesco il vitalismo "dionisiaco" di D'Annunzio, soprattutto se si pensa ai miti dannunziani dell'esteta e del superuomo così evidentemente antitetici rispetto alla sensibilità del santo tutta votata all'umiltà. La "religiosità francescana", infatti, non è solo un approdo dell'ultimo D'Annunzio, quello del Notturno, ripiegato a esplorare la propria interiorità e inquieto di fronte al pensiero della morte, ma si avverte già nella poesia delle Laudi una certa «commistione di sacro e profano, di sensualità e liturgia» [Baldi, 1994], affatto estranea al decadentismo in genere. Che Francesco si affianchi alla figura dell'esteta-superuomo, in un'interpretazione estetizzante della religiosità cattolica è evidente soprattutto in La sera fiesolana, dove la parola poetica, riecheggiando il Cantico delle creature [«Laudata sii»] si fa formula magico-liturgica del poeta vate. Il modello è, dunque, funzionale alla trama mitico-religiosa volta a ritualizzare la figura del superuomo (si pensi anche al rapporto panico con la natura), ma l'assidua presenza del santo nella vita e nell'opera del poeta fa pensare ad un'adesione più profonda, all'approdo, o meglio, alla tensione verso un nuovo "mito" dopo il fallimento dei precedenti, destinati ad un'inesorabile sconfitta.[29 agosto 2002]

Quali testi delle Scritture potrebbero essere utilmente impiegati nella didattica per far meglio comprendere agli studenti il significato del Cantico alla luce delle sue fonti?

I riscontri biblici individuabili nel Cantico di frate Sole sono numerosissimi e sono stati raccolti in modo sistematico nello studio di Vittorio Branca, Il Cantico di Frate Sole. Studio delle fonti e testo critico [Firenze 1950]. Tra i molti esempi che possono essere variamente utilizzati in classe per far emergere l'intertesto francescano e ricostruire con gli studenti la complessità della sua struttura, due risultano particolarmente spendibili dal punto di vista didattico per una maggiore comprensione del testo poetico: Salmi, 148 e Daniele, 3, 51-89. I due testi potrebbero essere forniti agli studenti per un lavoro di confronto, anche a gruppi, volto ad analizzare la simmetrica struttura del Cantico rispetto ai modelli, ma anche la personalissima impronta francescana. Oltre alle evidenti analogie nell'impianto della lode, infatti, è opportuno far osservare agli studenti l'azione «semplificatrice» condotta dal santo sulla lingua e sulle immagini, strettamente legata, sul piano del contenuto, al messaggio universale di umiltà e di autentica devozione che accompagna il canto di lode alla gloria di Dio e al suo creato.[28 agosto 2002]

Gli elementi naturali citati nel Cantico francescano si offrono a una lettura simbolica?

Nel Cantico di Frate Sole il gioioso canto di lode coinvolge con viva partecipazione umana e religiosa tutta la natura, testimonianza autentica della divinità creatrice. Gli elementi naturali, definiti nelle loro caratteristiche essenziali e nella loro funzione rispetto all'uomo, figurano gerarchicamente ordinati: primo fra tutti spicca "lo frate Sole", la cui lode non solo si dispiega, a differenza degli altri elementi del creato, su due strofe, ma risuona in tutto il componimento su cui riverbera il suo "grande splendore" attraverso il ricorso frequente a immagini di luce. Seguono nell'ordine gli astri, "frate Vento" e l'aria, l'acqua, il fuoco e la terra, tutti elementi cioè che, secondo la cosmologia aristotelica, componevano lo spazio sublunare. La rappresentazione della natura, dunque, va interpretata dentro la cornice della cultura medioevale, erede del pensiero aristotelico sotto diversi aspetti, sottraendosi ad ogni lettura simbolica o interpretazione allegorica.[27 agosto 2002]

A quali studi è opportuno fare riferimento per approfondire il discorso sulla struttura e sulla lingua del Cantico francescano?

La grande importanza rivestita dal testo nell'ambito della storia dell'italiano letterario ha spinto alcuni studiosi ad occuparsi della struttura del Cantico e della sua lingua, orientando l'interesse della critica in modo specifico verso il testo e i suoi problemi oltre che verso l'esemplare figura del santo. All'interno del cd, nella sezione "saggi", si trova l'attento intervento critico di Giovanni Pozzi, Il Cantico di Frate Sole di San Francesco, reperibile anche in Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, vol. I, a cura di Alberto Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1992: il saggio può essere un utile punto di riferimento per comprendere l'impianto e la struttura verbale dell'opera e per avere alcune indicazioni interessanti riguardo la lingua, l'aspetto metrico-prosodico e le fonti del testo. Per un ulteriore approfondimento, fondamentali risultano lo studio della Ageno, Osservazioni sulla struttura e la lingua del Cantico di Frate Sole [in "Lettere italiane", XI (1959), pp. 397-410], l'intervento di Baldelli, Il "Cantico": problemi di lingua e di stile, contenuto negli Atti del IV Convegno internazionale tenuto ad Assisi nel 1976, e lo studio di Contini, Un'ipotesi sulle "Laudes creaturarum", reperibile nel suo libro Varianti e altra linguistica [Torino, Einaudi, 1970, pp. 141-160].[26 agosto 2002]

Qual è la bibliografia più indicata per accostarsi alla figura di Francesco?

Com'è facile immaginare, gli studiosi del frate umbro hanno centrato la propria attenzione soprattutto sugli aspetti biografici "esemplari" della sua figura, e sulla storia della costituzione dell'ordine francescano. Si potrà allora iniziare dalla lettura di Vita di un uomo: Francesco d'Assisi, di Chiara Frugoni (Torino 1997), per poi proseguire con Giovanni Miccoli, Francesco d'Assisi. Realtà e memoria di un'esperienza cristiana, Torino 1998, che analizza la cosiddetta "questione francescana" attraverso i rapporti tra la proposta di vita del frate umbro e i suoi successori, con i problemi posti dalla costituzione dell'Ordine. Ancora la Frugoni con Francesco e l'invenzione delle Stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto (Torino 1996), ci regala un'ampia panoramica (corredata di illustrazioni) sulla suggestione esercitata da Francesco nelle arti figurative. Infine, un commento approfondito e assai originale sul Cantico ci viene offerto da Nicolò Pasero in Laudes creaturarum, il Cantico di Francesco D'Assisi, Parma 1992. [23 agosto 2002]

In che senso si può parlare di attualità per il messaggio di Francesco?
Non esiste, nella nostra civiltà, uomo di religione che abbia esercitato tanto fascino e riscosso tanto seguito anche fra i laici - forse soprattutto fra i laici - e fino ai nostri giorni, come Francesco d'Assisi. Dai premi Nobel Dario Fo e José Saramago a registi come Roberto Rossellini, Liliana Cavani e Pier Paolo Pasolini, fino a musicisti come Angelo Branduardi che a Francesco dedicò un'intera raccolta, L'infinitamente piccolo: la lista degli omaggi a lui dedicati dai più diversi artisti e uomini di cultura fino al nostro secolo è infinita. [23 agosto 2002]

Nell'apprestarsi a scrivere il Cantico delle Creature, Francesco aveva tenuto conto dei suoi possibili lettori?
Non solo Francesco si era posto il problema di farsi intendere dal suo "pubblico", ma aveva addirittura messo la questione della comunicabilità al centro del suo discorso poetico.
Egli diede forma allora a un componimento che sceglieva il volgare per raggiungere un pubblico più vasto di quello solito dei lettori colti, che si appoggiava alla struttura di una melodia cantabile per far ricordare (e magari memorizzare) meglio i suoi versi, e si servì di uno stile semplice quanto il messaggio che voleva comunicare a tutti: l'invito a una religiosità vissuta in modo più intimo e "umano", e ad un rapporto più diretto e non "mediato" dell'uomo con la natura (animali compresi). Nacque così il Cantico di Frate Sole, una preghiera rivolta a Dio e a tutte le sue creature (che significativamente venivano chiamate "fratello" e "sorella"), che è anche il primo componimento in lingua volgare nella storia della nostra letteratura. [23 agosto 2002]

Guido Cavalcanti

Un'interpretazione autobiografica [29 agosto 2002]
Il tema dell'amicizia e il Dolce Stil Novo
[28 agosto 2002]
Le influenze di Cavalcanti su Dante
[27 agosto 2002]
Cavalcanti, Guinizzelli e Dante
[26 agosto 2002]
Indicazioni bibliografiche
[23 agosto 2002]
Attualità di Cavalcanti [23 agosto 2002]
Cavalcanti e i letterati del suo tempo [23 agosto 2002]

La ballata di Guido Cavalcanti Perch'io no spero di tornar giammai si presta ad un'interpretazione autobiografica?
Nel celebre componimento il poeta si rivolge alla sua «ballatetta», sfruttando un tòpos poetico ricorrente nella poesia delle origini, e la invita a recarsi dalla donna amata per portarle notizia dei suoi sospiri e del suo doloroso amore. Il terribile presentimento di morte e l'angoscioso tormento interiore del poeta sono spesso stati interpretati dalla critica come temi autobiografici e, per molto tempo, si è creduto che la ballata fosse stata composta a Sarzana, durante l'ultima malattia di Cavalcanti; sebbene questo non sia da escludersi, la presenza ricorrente del tema nei componimenti di altri poeti stilnovisti fa credere che si tratti piuttosto di un argomento di natura letteraria. Ne è indicativo anche il fatto che l'interlocutore diretto sia il prodotto letterario medesimo e che immediatamente l'occasione poetica diventi un discorso di stile (v. 3, «leggera e piana»). [29 agosto 2002]

Nel percorso su Cavalcanti avanzate come proposta di approfondimento il tema dell'amicizia nel Dolce Stil Novo. Quali testi potrebbero essere letti e commentati in classe?

Il tema dell'amicizia potrebbe essere, accanto a quello più classico dell'amore, il filo conduttore di un percorso attraverso la poesia del Due-Trecento. Il lavoro in classe, pur senza escludere la lettura di altri poeti, potrebbe concentrarsi in particolare sull'amicizia tra Cavalcanti e Dante, considerata tradizionalmente l'exemplum per eccellenza di un intenso sodalizio umano e poetico. Guido, infatti, menzionato da Dante nella Vita Nova come il «primo amico», è destinatario non solo dell'opera stessa, ma anche di due sonetti che confluirono nel libello, A ciascun'alma presa e gentil core e Io mi senti' svegliar dentro allo core. Questi testi, tutti presenti nella sezione «opere» del cd, possono essere letti e analizzati con gli studenti e messi in relazione con alcune Rime cavalcantiane (in particolare Vedeste, al mio parere, onne valore), per far emergere l'identità di vedute tra i due poeti e le eventuali differenze. La monotematicità (il motivo dell'amore) e la comune destinazione elettiva (alle donne) delle Rime di Guido e di Dante obbligano al confronto tra i due modelli poetici, che può essere condotto con efficacia a partire dalle principali canzoni dei due amici, Donne ch'avete intellecto d'amore e Donna me prega - per ch'io voglio dire. È importante stimolare gli studenti ad un approccio problematico al testo, volto a comprendere il successivo sviluppo della poetica dantesca e il distacco tra i due amici portato a compimento nel canto X dell'Inferno, dove l'ambiguo verso 63 - «cui Guido vostro ebbe a disdegno»- indica con ogni probabilità il disdegno di Guido per Beatrice e il rifiuto di una poesia teologica. Può far da sfondo alla ricostruzione del lungo sodalizio tra i due poeti, la lettura di alcuni testi mirata alla comprensione del valore umano e poetico dell'amicizia nell'ambito dello Stilnovismo, generata dal comune amore per la poesia, da un forte legame spirituale e da un intenso scambio di interessi ed esperienze, tutti aspetti particolarmente evidenti nel componimento di Cino da Pistoia Amico, s'egualmente mi ricange, e soprattutto nei due sonetti danteschi Se Lippo amico se' tu che mi leggi e Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io. [28 agosto 2002]

Esiste una bibliografia di riferimento relativa alla presenza di reminiscenze cavalcantiane in Dante?

In passato si è occupato del debito dantesco verso Cavalcanti il Contini, con il suo noto scritto Cavalcanti in Dante, raccolto insieme ad altri saggi in Un'idea di Dante. Saggi danteschi [Torino, 1976]. Di recente l'interesse della critica si è nuovamente rivolto alla questione rimasta aperta con due lavori che in qualche modo superano le considerazioni del Contini, che indicava nel canto XXV del Purgatorio l'ultima «citazione polemica» cavalcantiana del poema. Il primo, La perdita e il ritorno. Presenze cavalcantiane nell'ultimo Dante [Pisa, 1999] estende fino agli ultimi canti della Commedia la presenza di Guido, che si realizza in una rete fittissima di reminiscenze, citazioni e suggestioni; il secondo di Danilo Bonanno, Guido in Paradiso. Donna me prega e l'ultimo canto della Commedia [in "Critica del testo", IV (2001)], partendo dalle conclusioni del precedente studio, tenta di analizzare le presenze cavalcantiane nel canto conclusivo del poema. In particolare quest'ultimo lavoro è interessante per i numerosi esempi testuali e i confronti puntuali tra i versi dei due poeti. All'interno del cd, inoltre, nella sezione "saggi" relativa alle Rime di Cavalcanti, la ricca nota bibliografica di Marcello Ciccuto offre interessanti indicazioni in merito al rapporto di amicizia tra i due poeti e al noto «disdegno»cavalcantiano. Oltre ai titoli indicati, è opportuno vedere anche il più recente lavoro di Enrico Malato, Dante e Guido Cavalcanti: il dissidio per la "Vita Nuova" e il disdegno di Guido [Salerno, 1997]. [27 agosto 2002]

Come è interpretato il motivo dell'amore nella poesia cavalcantiana rispetto a Guinizzelli e Dante?

Nell'opera di Guido Cavalcanti ricorre con molta frequenza il motivo dell'innamoramento, già caro alla tradizione cortese e reinterpretato dallo stilnovismo in modo originale, superando le contraddizioni ideologiche e sociali nate in ambiente cavalleresco dallo scontro tra il tema erotico e il moralismo religioso. Il Dolce Stil novo sacralizza, infatti, la figura della donna e reinterpreta in una prospettiva filosofica l'amore: tanto la donna guinizzelliana quanto la Beatrice dantesca diventano, dunque, veicolo di salvezza, unica mediazione tra il terreno e il divino. Lo sguardo e il saluto, attraverso cui si manifesta esteriormente l'esperienza d'amore, producono spesso nell'amante un senso di gioia purificatrice ed estatica beatitudine, ma a volte l'incontro con la donna provoca al contrario un senso di angoscia e di devastante sgomento (si legga ad esempio il sonetto di Guinizzelli, Lo vostro bel saluto). La lirica di Cavalcanti porta alle estreme conseguenze questi aspetti contrastanti e descrive l'esperienza amorosa come tormento interiore. L'attenzione verso le manifestazioni esteriori dell'amore cede, come afferma Vittorio Coletti, alla «minuta analisi della fenomenologia dell'innamoramento, inteso come contrasto tra idealità della donna e forza distruttiva della passione», e lo stato d'animo dell'amante è trasformato in scena, in uno spettacolo in cui i protagonisti sono l'anima, il cuore, la mente, gli spiriti vitali, l'amore, ecc. Il soggetto-amante risulta così disperso in una rappresentazione drammatizzata dell'amore, volta ad accertare «i dati ontologici e patologici dell'eros», piuttosto che non i segni esteriori dell'esperienza amorosa. La donna stessa, che pure come l'angelo guinizzelliano, con la sua bellezza rapisce in estasi l'amante e lo fa sospirare, tuttavia non media l'elevazione spirituale e religiosa di chi la contempla, ma anzi ne traduce la gioia beatificante in tormento. È un essere ineffabile che trascende la natura e delude costantemente le aspettative conoscitive dell'intelletto umano. [26 agosto 2002]

Quali strumenti bibliografici possono essere utili per avere un quadro generale dell'attività poetica di Cavalcanti?

Nel panorama della letteratura italiana del Medioevo la figura di Cavalcanti - fatte salve le sue indiscutibili qualità di poeta - è stata spesso studiata nella prospettiva del suo rapporto con gli altri stilnovisti e con l'amico Dante. Un contributo importante alla conoscenza della sua personalità poetica è dovuto tanto ai saggi di Antonio Enzo Quaglio sugli Stilnovisti nel vol. I/1 della Letteratura italiana Laterza, Roma-Bari 1970 e di Corrado Calenda, Per altezza d'ingegno. Saggio su Guido Cavalcanti, Napoli 1976, quanto all'Introduzione di Domenico De Robertis alla sua edizione delle Rime, Torino 1986. Molto ricco è il settore della critica che indaga le relazioni fa Guido e Dante: tra gli altri si possono contare il classico lavoro di Gianfranco Contini Cavalcanti in Dante nella raccolta Un'idea di Dante. Saggi danteschi, Torino 1976, e il più recente studio di Enrico Malato, Dante e Guido Cavalcanti: il dissidio per la Vita nuova e il disdegno di Guido, Roma 1997. [23 agosto 2002]

Quali aspetti della figura di Cavalcanti possono attirare l'interesse del lettore di oggi?
La tradizione ci tramanda il ritratto di un Guido Cavalcanti dallo spirito inquieto e solitario, dagli atteggiamenti aristocratici, e questo certamente crea un certo fascino anche attorno alla sua personalità di uomo politico e di letterato. Così come può suscitare la curiosità del lettore moderno la sua figura di "filosofo naturale" (nel mondo contemporaneo lo potremmo accostare a uno psicologo), che indaga nelle questioni d'amore con grande finezza intellettuale. La sua attualità è consacrata dalla bellissima lettura che ne fa Calvino nella sua lezione americana sulla Leggerezza (Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, Milano 1993), in cui dipinge un Cavalcanti poeta della "leggerezza pensosa", perché riesce a raffigurare le sofferenze d'amore usando immagini quasi incorporee - leggerissime appunto - come, ad esempio, gli spiriti di tante sue composizioni, e perché mette a disposizione la sua dottrina per costruire una sorta di "filosofia dell'amore". Boccaccio, nel suo Decameron, ritrae Cavalcanti mentre spicca un salto pieno di destrezza e d'agilità: proprio questa è una delle immagini che Calvino ci consiglia di mettere nella valigia per il nostro viaggio nel nuovo millennio. [23 agosto 2002]

Qual era il rapporto di Cavalcanti con i letterati del suo tempo?
Fondamentali per la formazione intellettuale di Cavalcanti sono le relazioni con la Bologna dello studium, importante luogo di cultura dove, nel Medioevo, si studiavano la scienza, il diritto, la retorica e si dibatteva di filosofia (che ebbe gran parte nella lirica cavalcantina) e dove un gruppo di rimatori, tra i quali spicca Guido Guinizzelli, elaborò i principi della nuova poesia, fiorita pienamente nella grande stagione toscana. Nella Firenze dell'epoca Cavalcanti occupava i primi posti negli ambienti della cultura (celebre la sua polemica letteraria con Guittone) e nella vita pubblica, tanto che la sua attività politica gli costò anche la condanna all'esilio, proprio come accadde a Dante. Il suo rapporto con Dante è uno dei nodi più affascinanti e controversi della storia letteraria italiana, considerato il fatto che è proprio il sodalizio nato tra i due poeti a rappresentare il nucleo dello Stilnovo, cioè di quel circuito intellettuale che gettò le basi della nostra lingua e della nostra letteratura. Se a un certo momento s'ebbe una rottura testimoniata dal famoso passo dell'Inferno (vv. 61-63 del canto X, in cui si racconta dell'incontro col padre di Guido, dannato perché eretico) rimane il fatto che Cavalcanti è tra i pochissimi poeti in lingua volgare da cui Dante attinge per la composizione della sua Comedìa, e questo dimostra come il pensiero e la lingua cavalcantiani siano sempre presenti nell'immaginario dantesco. [23 agosto 2002]

Dante Alighieri

Dante e il Novecento [29 agosto 2002]
Dante narratore e Dante protagonista della Commedia
[28 agosto 2002]
Ordinamento morale dell'Inferno dantesco
[27 agosto 2002]
Il San Francesco di Dante
[26 agosto 2002]

Un'agile bibliografia [23 agosto 2002]
L'attualità di Dante [23 agosto 2002]
Dante e il suo pubblico [23 agosto 2002]

Quale importanza ha avuto Dante per il nostro Novecento?
Fin dall'inizio del secolo, ma soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale le coscienze dei poeti dichiarano di non essere più in grado di produrre poesia: basti pensare al silenzio dell'anima sbarbariana («Taci, anima stanca di godere»), o al netto rifiuto della qualifica di poeta della corazziniana Desolazione del povero poeta sentimentale («Io non sono un poeta»), fino al celebre componimento di Eugenio Montale, Non chiederci la parola. La poesia, dunque, diventa testimonianza autentica di questa crisi e si fa tramite vano della ricerca di un senso dell'esistenza. Significative sono le considerazioni di Eliot quando afferma che la letteratura è in grado di restituire un mondo e che il poeta che per primo ha restituito un mondo intero è stato appunto Dante. Per questo il Novecento non può far finta che Dante non sia esistito, ma anzi lo recupera come memoria e utopia. Basti pensare a come la poesia novecentesca riprenda e reinterpreti l'Ulisse dantesco (e omerico). Proprio intorno a questa figura mitica, che attraversa la letteratura antica e moderna, si potrebbe costruire un percorso didattico volto soprattutto al confronto operativo tra testi, prendendo in considerazione in particolare l'Ulisse dannunziano di Maia (IV, 22-123), che disprezza la vita e ricerca il gesto eroico che ad essa dia significato, l'«eclisse del mito» dell'Ulisse pascoliano dei Poemi Conviviali (XXIV, Calypso), la lettura gozzaniana (in Poesie sparse) in chiave ironica del mito, a cui fa da sfondo il mondo borghese, e ancora il "doloroso amore" della vita dell'Ulisse di Umberto Saba (Mediterranee), fino al Capitano Ulisse di Alberto Savinio, per toccare anche il teatro. [29 agosto 2002]

Nel poema dantesco che rapporto si crea tra il narratore e il Dante-personaggio?

La presenza di Dante nella finzione poetica come protagonista del viaggio attraverso i tre regni dell'"oltremondo" crea un complesso gioco di prospettive, in cui si intrecciano, di volta in volta, i tre ruoli specifici dell'autore, del narratore e del personaggio. Come auctor, Dante è colui che scrive l'opera; come "narratore" è colui che racconta all'autore gli eventi che costituiscono il tessuto narrativo della Commedia; come "personaggio", infine, è appunto l'agens, cioè il protagonista degli eventi stessi. Il lettore si confronta costantemente con la sequenza auctor-narrator-agens scoprendo gradualmente nell'autore il narratore e nel narratore il personaggio, che, a sua volta, in ordine inverso, è stato dapprima protagonista di una "visione", si è fatto poi narratore di questa e, infine, come autore, ha creato un'opera intorno ad essa. I tre ruoli sono costantemente sovrapposti e spesso non è semplice distinguerli, come osserva Roberto Mercuri nel suo saggio dedicato alla Commedia, presente all'intero del cd. Basti un solo esempio per chiarire: mentre nel verso 4, «Ah quanto a dir qual era è cosa dura», autore e narratore sembrano confondersi, subito dopo autore e personaggio si distinguono alternandosi in «ma per trattar del ben ch'io vi trovai, / dirò de l'altre cose ch'io v'ho scorte. / Io non so ben ridir com'io v'entrai». [28 agosto 2002]

Quale criterio segue Dante nell'ordinare le varie colpe nella voragine infernale?

L'Inferno dantesco ha un ordinamento morale, essenzialmente ispirato all'Etica aristotelica. Come ha acutamente osservato Erich Auerbach, il poeta si ispira talvolta anche ad altre fonti, lavorando costantemente su un "imponente materiale di tradizioni di carattere mitico", come avviene per esempio per l'Antinferno, dove sono destinati a un terribile tormento fisico i pusillanimi che "visser senza infamia e senza lodo", per il primo e il sesto cerchio. In generale l'imbuto infernale è diviso in nove cerchi e la gravità della colpa e, di conseguenza, l'atrocità della pena sono direttamente proporzionali rispetto alla profondità in cui è collocata l'anima dannata. Il primo cerchio contiene "i pagani virtuosi e i bambini non battezzati", privati della beatitudine e della vista di Dio per non essere stati cristiani. Dal secondo al quinto cerchio sono puniti i peccati di incontinenza, ovvero gli eccessi fisici e spirituali, nell'ordine, della lussuria, della gola, dell'avarizia e dell'ira. Nel sesto cerchio, come si diceva, si trova una categoria di peccatori non prevista dall'Etica aristotelica, quella degli eretici e degli atei epicurei; poi seguono nei tre cerchi successivi, rispettivamente, i violenti (contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio), i fraudolenti (dai seduttori ai falsari) e i traditori che hanno ingannato volontariamente un vincolo sacro di fiducia. A questo punto siamo nella parte più profonda della voragine infernale dove è confinato Lucifero, il più alto dei traditori, che stringe nelle sue fauci Giuda, traditore di Cristo, e Bruto e Cassio, assassini di Cesare e traditori dell'Impero. [27 agosto 2002]


Come viene interpretata la figura di San Francesco da Dante nella Commedia?

Dante, per bocca di San Tommaso d'Aquino, tesse l'elogio di San Francesco nel canto XI del Paradiso. Siamo, dunque, nel cielo del Sole, il IV dell'ultimo regno visitato dal poeta, che accoglie gli spiriti sapienti. La lode del santo muove da un intento meramente polemico, dal momento che Dante celebra l'umiltà di Francesco e la sua adesione alla «Povertà» per condannare in opposizione la corruzione della Chiesa e l'attaccamento degli ecclesiastici ai beni materiali, in particolare dell'ordine domenicano. Che lo spirito polemico sia esteso alla corruzione dell'intera Chiesa è confermato dal fatto che nel canto successivo toccherà a San Bonaventura da Bagnoregio elogiare in modo simmetrico San Domenico condannando la decadenza dei francescani. Il ritratto del santo si ispira fedelmente alle biografie medioevali, senza ricorrere ad aneddoti o alle credenze della tradizione popolare. L'assenza di sentimentalismi e la forza della rappresentazione sembrano restituire l'immagine di un eroe, e dice bene il Momigliano quando afferma che «quello di Dante non è il "poverello", ma il grande della povertà». Il ritratto ripercorre sinteticamente i momenti fondamentali della biografia del santo, dallo scontro con il padre all'adesione alla «Povertà», che diventa allegoria del suo sacrificio e della sua devozione a Cristo, al miracolo delle Stimmate. Un ritratto energico, dunque, privo di patetico sentimentalismo, ma non del calore di un'intensa vicenda umana. Tra umanità e Provvidenza si colloca la figura del santo, funzionale all'interno della cornice della religiosità dantesca a confermare ancora una volta la grandezza del consiglio divino «nel quale ogni aspetto / creato è vinto pria che vada al fondo». [26 agosto 2002]


È possibile indicare una bibliografia essenziale per un primo iniziale approccio a Dante Alighieri e alla sua opera?

Come è facile immaginare la bibliografia relativa a Dante e alla sua opera è pressoché sterminata e attraversa ininterrottamente tutti i secoli che ci separano da lui, a partire già dagli anni immediatamente successivi alla data della sua morte (1321). Oggi disponiamo però di alcuni utili profili e di agili trattazioni all'interno soprattutto delle cosiddette "grandi letterature". Segnaliamo in particolare il Dante di Nicolò Mineo, vol. 5 della Letteratura italiana Laterza (Roma-Bari 1991) e il contributo di Roberto Mercuri, Genesi della tradizione letteraria italiana in Dante, Petrarca e Boccaccio, nel vol. I. L'età medievale della Letteratura italiana. Storia e geografia, diretta da A. Asor Rosa, Torino 1987, pp. 229-455. Tra i saggi più recenti: Giorgio Padoan, Introduzione a Dante, Firenze 1995; Jacqueline Risset, Dante: una vita, Milano 1995 e Nino Borsellino, Dante, Roma-Bari 2000. Per un aggiornamento critico: Dalla bibliografia alla storiografia: la critica dantesca nel mondo dal 1965 al 1990, a cura di Enzo Esposito, Ravenna 1995. [23 agosto 2002]

Quali sono gli aspetti di attualità che rendono proponibile ai lettori di oggi una figura come quella di Dante Alighieri?
Dante suscita nei lettori moderni un certo fascino per la particolarità della sua biografia: uomo di letteratura, ma anche di impegno politico, ha avuto la forza di affrontare le traversie più diverse; di restare sempre fedele agli amici - pochi dei quali abbandonò soltanto nel momento in cui ravvisò nel loro operato un allontanamento dall'amore comune per le sorti della sua patria, Firenze -; di accettare l'esilio senza mai cedere a compromessi; di trasformare la propria esistenza in un continuo pellegrinaggio da una all'altra delle corti italiane, dimostrando sulla propria pelle la drammaticità della condizione storica dell'Italia in quel periodo. A questo interesse, che è stato di gran lunga la sua vera fede, ha piegato anche l'attività letteraria: senza di esso non sarebbero comprensibili non solo la Comedìa e il De monarchia, me neppure il Convivio, il De vulgari eloquentia e la storia d'amore per Beatrice. L'élite di poeti che si riconobbero intorno allo Stil novo ebbe infatti innanzi tutto il ruolo fondamentale di collaborare alla costruzione dei valori fondamentali della cultura occidentale europea. [23 agosto 2002]

Dante si era posto la questione della leggibilità della Comedìa da parte del suo pubblico?
Farsi capire era per Dante molto più importante di quanto possa oggi apparire a noi, destinati dalla lontananza storica e temporale a perdere alcune delle allusioni e dei rimandi più significativi del suo testo. Egli si era posto innanzi tutto il problema di quale lingua avrebbe dovuto usare uno scrittore in volgare desideroso di trattare i più diversi argomenti, facendosi intendere dal maggior numero di lettori ed aveva elaborato la teoria (soprattutto nel De vulgari eloquentia) di un volgare illustre (perché sublima chi l'adopera), cardinale (poiché tutti i volgari vi girano attorno come un cardine), aulico (perché se in Italia ci fosse stata una reggia, sarebbe stata la lingua da essa adottata), curiale (poiché risponde all'esigenza di eleganza), decisamente superiore al latino. Questo volgare "italiano" aveva avuto una sua compiuta manifestazione nell'impasto linguistico utilizzato dalla tradizione poetica a lui precedente (dai Siciliani a Guinizzelli). Si tratta dunque di un prodotto squisitamente letterario, di cui Dante si impossessa per consegnarlo alle future generazioni di scrittori. Ma Dante cercò anche di attirare i suoi lettori, sorprendendoli con la costruzione di una forma letteraria che metteva in crisi l'intero sistema retorico dei generi. Nonostante si siano spesso richiamati la letteratura delle visioni, gli itinerari allegorici di viaggio e le descrizioni dei regni ultramondani - precedentemente realizzati da autori come Giacomino da Verona (De Babilonia civitate infernali e De Ierusalem celesti) o da Bonvesin de la Riva (Libro delle tre scritture) - o persino le forme classiche dell'epica, la Comedìa sfugge infatti ad ogni definizione di genere letterario. Ne unisce molti, ma non coincide con nessuno, divenendo una geniale sintesi di stimoli letterari diversi, una sorta di summa delle forme e del patrimonio culturale dell'intera tradizione medievale: definirla semplicemente un poema didattico-allegorico, anche se certamente vero, risulta perciò decisamente fuorviante ed è un'interpretazione propria più del dibattito critico successivo a Dante che delle reali intenzioni dell'autore.
[23 agosto 2002]