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servizio on line offre ai lettori della Letteratura Italiana Einaudi la possibilità
di richiedere via email approfondimenti specifici sugli autori e sulle opere
trattati nella sezione "Percorsi didattici". A tutte le domande sarà
fornita in breve tempo una risposta privata. Pubblicheremo in queste pagine
le domande e le risposte più interessanti, senza citare il nome del richiedente.
L'indirizzo a cui scrivere è letteratura.italiana@einaudi.it
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è possibile rivolgersi a:
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tel.: 030-3720567 (dal lunedì al giovedì dalle ore 8.30
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I "Percorsi
didattici" del cd 1:
Francesco D'Assisi
Guido Cavalcanti
Dante Alighieri
Francesco
D'Assisi
Francesco
D'Assisi e Gabriele D'Annunzio [29 agosto
2002]
Le Scritture e il Cantico di Francesco [28
agosto 2002]
Lettura simbolica del Cantico [27
agosto 2002]
Struttura del Cantico francescano [26
agosto 2002]
Una piccola bibliografia [23 agosto 2002]
Attualità di Francesco [23
agosto 2002]
Il problema della lingua [23
agosto 2002]

Nel
percorso su Francesco si accenna ad un possibile rapporto tra il santo e Gabriele
D'Annunzio: come è possibile conciliare la spiritualità francescana
tutta votata all'umiltà e alla povertà con l'edonismo dannunziano?
Che la figura di San Francesco in qualche modo sia un punto di riferimento e
un modello importante per D'Annunzio non è un'ipotesi azzardata di qualche
critico troppo audace, ma è una verità testimoniata dallo stesso
poeta che si circonda di immagini del santo anche nella villa di Gardone, passata
alla storia con il nome di "Vittoriale degli Italiani", dove trascorse
molti anni prima di morire. In effetti è lecito chiedersi cosa accomuni
al mito di santità e di spiritualità rinnovata predicato da Francesco
il vitalismo "dionisiaco" di D'Annunzio, soprattutto se si pensa ai
miti dannunziani dell'esteta e del superuomo così evidentemente antitetici
rispetto alla sensibilità del santo tutta votata all'umiltà. La
"religiosità francescana", infatti, non è solo un approdo
dell'ultimo D'Annunzio, quello del Notturno, ripiegato a esplorare la propria
interiorità e inquieto di fronte al pensiero della morte, ma si avverte
già nella poesia delle Laudi una certa «commistione di sacro e
profano, di sensualità e liturgia» [Baldi, 1994], affatto estranea
al decadentismo in genere. Che Francesco si affianchi alla figura dell'esteta-superuomo,
in un'interpretazione estetizzante della religiosità cattolica è
evidente soprattutto in La sera fiesolana, dove la parola poetica, riecheggiando
il Cantico delle creature [«Laudata sii»] si fa formula magico-liturgica
del poeta vate. Il modello è, dunque, funzionale alla trama mitico-religiosa
volta a ritualizzare la figura del superuomo (si pensi anche al rapporto panico
con la natura), ma l'assidua presenza del santo nella vita e nell'opera del
poeta fa pensare ad un'adesione più profonda, all'approdo, o meglio,
alla tensione verso un nuovo "mito" dopo il fallimento dei precedenti,
destinati ad un'inesorabile sconfitta.[29 agosto
2002]
Quali testi delle Scritture potrebbero essere
utilmente impiegati nella didattica per far meglio comprendere agli studenti
il significato del Cantico alla luce delle sue fonti?
I riscontri biblici individuabili nel Cantico di frate Sole sono numerosissimi
e sono stati raccolti in modo sistematico nello studio di Vittorio Branca, Il
Cantico di Frate Sole. Studio delle fonti e testo critico [Firenze 1950].
Tra i molti esempi che possono essere variamente utilizzati in classe per far
emergere l'intertesto francescano e ricostruire con gli studenti la complessità
della sua struttura, due risultano particolarmente spendibili dal punto di vista
didattico per una maggiore comprensione del testo poetico: Salmi, 148
e Daniele, 3, 51-89. I due testi potrebbero essere forniti agli studenti
per un lavoro di confronto, anche a gruppi, volto ad analizzare la simmetrica
struttura del Cantico rispetto ai modelli, ma anche la personalissima impronta
francescana. Oltre alle evidenti analogie nell'impianto della lode, infatti,
è opportuno far osservare agli studenti l'azione «semplificatrice» condotta
dal santo sulla lingua e sulle immagini, strettamente legata, sul piano del
contenuto, al messaggio universale di umiltà e di autentica devozione che accompagna
il canto di lode alla gloria di Dio e al suo creato.[28
agosto 2002]
Gli elementi naturali citati nel Cantico francescano
si offrono a una lettura simbolica?
Nel Cantico di Frate Sole il gioioso canto di lode coinvolge con viva
partecipazione umana e religiosa tutta la natura, testimonianza autentica della
divinità creatrice. Gli elementi naturali, definiti nelle loro caratteristiche
essenziali e nella loro funzione rispetto all'uomo, figurano gerarchicamente
ordinati: primo fra tutti spicca "lo frate Sole", la cui lode non solo si dispiega,
a differenza degli altri elementi del creato, su due strofe, ma risuona in tutto
il componimento su cui riverbera il suo "grande splendore" attraverso il ricorso
frequente a immagini di luce. Seguono nell'ordine gli astri, "frate Vento" e
l'aria, l'acqua, il fuoco e la terra, tutti elementi cioè che, secondo la cosmologia
aristotelica, componevano lo spazio sublunare. La rappresentazione della natura,
dunque, va interpretata dentro la cornice della cultura medioevale, erede del
pensiero aristotelico sotto diversi aspetti, sottraendosi ad ogni lettura simbolica
o interpretazione allegorica.[27 agosto 2002]
A quali studi è opportuno fare riferimento per approfondire
il discorso sulla struttura e sulla lingua del Cantico francescano?
La grande importanza rivestita dal testo nell'ambito della storia dell'italiano
letterario ha spinto alcuni studiosi ad occuparsi della struttura del Cantico
e della sua lingua, orientando l'interesse della critica in modo specifico verso
il testo e i suoi problemi oltre che verso l'esemplare figura del santo. All'interno
del cd, nella sezione "saggi", si trova l'attento intervento critico di Giovanni
Pozzi, Il Cantico di Frate Sole di San Francesco, reperibile anche in
Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, vol. I, a cura di Alberto
Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1992: il saggio può essere un utile punto di riferimento
per comprendere l'impianto e la struttura verbale dell'opera e per avere alcune
indicazioni interessanti riguardo la lingua, l'aspetto metrico-prosodico e le
fonti del testo. Per un ulteriore approfondimento, fondamentali risultano lo
studio della Ageno, Osservazioni sulla struttura e la lingua del Cantico
di Frate Sole [in "Lettere italiane", XI (1959), pp. 397-410], l'intervento
di Baldelli, Il "Cantico": problemi di lingua e di stile, contenuto negli
Atti del IV Convegno internazionale tenuto ad Assisi nel 1976, e lo studio
di Contini, Un'ipotesi sulle "Laudes creaturarum", reperibile nel suo
libro Varianti e altra linguistica [Torino, Einaudi, 1970, pp. 141-160].[26
agosto 2002]
Qual è la bibliografia più indicata per accostarsi
alla figura di Francesco?
Com'è facile immaginare, gli studiosi del frate umbro hanno centrato la propria
attenzione soprattutto sugli aspetti biografici "esemplari" della sua figura,
e sulla storia della costituzione dell'ordine francescano. Si potrà allora iniziare
dalla lettura di Vita di un uomo: Francesco d'Assisi, di Chiara Frugoni
(Torino 1997), per poi proseguire con Giovanni Miccoli, Francesco d'Assisi.
Realtà e memoria di un'esperienza cristiana, Torino 1998, che analizza la
cosiddetta "questione francescana" attraverso i rapporti tra la proposta di
vita del frate umbro e i suoi successori, con i problemi posti dalla costituzione
dell'Ordine. Ancora la Frugoni con Francesco e l'invenzione delle Stimmate.
Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto (Torino 1996),
ci regala un'ampia panoramica (corredata di illustrazioni) sulla suggestione
esercitata da Francesco nelle arti figurative. Infine, un commento approfondito
e assai originale sul Cantico ci viene offerto da Nicolò Pasero in Laudes
creaturarum, il Cantico di Francesco D'Assisi, Parma 1992. [23
agosto 2002]
In
che senso si può parlare di attualità per il messaggio di Francesco?
Non esiste, nella nostra civiltà, uomo di religione che abbia esercitato
tanto fascino e riscosso tanto seguito anche fra i laici - forse soprattutto
fra i laici - e fino ai nostri giorni, come Francesco d'Assisi. Dai premi Nobel
Dario Fo e José Saramago a registi come Roberto Rossellini, Liliana Cavani
e Pier Paolo Pasolini, fino a musicisti come Angelo Branduardi che a Francesco
dedicò un'intera raccolta, L'infinitamente piccolo: la lista degli
omaggi a lui dedicati dai più diversi artisti e uomini di cultura fino
al nostro secolo è infinita. [23 agosto
2002]
Nell'apprestarsi
a scrivere il Cantico delle Creature, Francesco aveva tenuto conto dei
suoi possibili lettori?
Non solo Francesco si era posto il problema di farsi intendere dal suo "pubblico",
ma aveva addirittura messo la questione della comunicabilità al
centro del suo discorso poetico.
Egli diede forma allora a un componimento che sceglieva il volgare per raggiungere
un pubblico più vasto di quello solito dei lettori colti, che si appoggiava
alla struttura di una melodia cantabile per far ricordare (e magari memorizzare)
meglio i suoi versi, e si servì di uno stile semplice quanto il
messaggio che voleva comunicare a tutti: l'invito a una religiosità vissuta
in modo più intimo e "umano", e ad un rapporto più diretto
e non "mediato" dell'uomo con la natura (animali compresi). Nacque
così il Cantico di Frate Sole, una preghiera rivolta a Dio e a
tutte le sue creature (che significativamente venivano chiamate "fratello"
e "sorella"), che è anche il primo componimento in lingua volgare
nella storia della nostra letteratura. [23 agosto
2002]
Guido
Cavalcanti
Un'interpretazione
autobiografica [29 agosto 2002]
Il tema dell'amicizia e il Dolce Stil Novo [28
agosto 2002]
Le influenze di Cavalcanti su Dante [27 agosto
2002]
Cavalcanti, Guinizzelli e Dante [26 agosto
2002]
Indicazioni bibliografiche [23 agosto 2002]
Attualità di Cavalcanti
[23 agosto 2002]
Cavalcanti e i letterati del suo tempo
[23 agosto 2002]

La
ballata di Guido Cavalcanti Perch'io no spero di tornar giammai si presta
ad un'interpretazione autobiografica?
Nel celebre componimento il poeta si rivolge alla sua «ballatetta»,
sfruttando un tòpos poetico ricorrente nella poesia delle origini, e
la invita a recarsi dalla donna amata per portarle notizia dei suoi sospiri
e del suo doloroso amore. Il terribile presentimento di morte e l'angoscioso
tormento interiore del poeta sono spesso stati interpretati dalla critica come
temi autobiografici e, per molto tempo, si è creduto che la ballata fosse
stata composta a Sarzana, durante l'ultima malattia di Cavalcanti; sebbene questo
non sia da escludersi, la presenza ricorrente del tema nei componimenti di altri
poeti stilnovisti fa credere che si tratti piuttosto di un argomento di natura
letteraria. Ne è indicativo anche il fatto che l'interlocutore diretto
sia il prodotto letterario medesimo e che immediatamente l'occasione poetica
diventi un discorso di stile (v. 3, «leggera e piana»).
[29 agosto 2002]
Nel percorso su Cavalcanti avanzate come proposta
di approfondimento il tema dell'amicizia nel Dolce Stil Novo. Quali testi
potrebbero essere letti e commentati in classe?
Il tema dell'amicizia potrebbe essere, accanto a quello più classico dell'amore,
il filo conduttore di un percorso attraverso la poesia del Due-Trecento. Il
lavoro in classe, pur senza escludere la lettura di altri poeti, potrebbe concentrarsi
in particolare sull'amicizia tra Cavalcanti e Dante, considerata tradizionalmente
l'exemplum per eccellenza di un intenso sodalizio umano e poetico. Guido,
infatti, menzionato da Dante nella Vita Nova come il «primo amico», è
destinatario non solo dell'opera stessa, ma anche di due sonetti che confluirono
nel libello, A ciascun'alma presa e gentil core e Io mi senti' svegliar
dentro allo core. Questi testi, tutti presenti nella sezione «opere» del
cd, possono essere letti e analizzati con gli studenti e messi in relazione
con alcune Rime cavalcantiane (in particolare Vedeste, al mio parere, onne
valore), per far emergere l'identità di vedute tra i due poeti e le eventuali
differenze. La monotematicità (il motivo dell'amore) e la comune destinazione
elettiva (alle donne) delle Rime di Guido e di Dante obbligano al confronto
tra i due modelli poetici, che può essere condotto con efficacia a partire dalle
principali canzoni dei due amici, Donne ch'avete intellecto d'amore e
Donna me prega - per ch'io voglio dire. È importante stimolare gli studenti
ad un approccio problematico al testo, volto a comprendere il successivo sviluppo
della poetica dantesca e il distacco tra i due amici portato a compimento nel
canto X dell'Inferno, dove l'ambiguo verso 63 - «cui Guido vostro ebbe a disdegno»-
indica con ogni probabilità il disdegno di Guido per Beatrice e il rifiuto di
una poesia teologica. Può far da sfondo alla ricostruzione del lungo sodalizio
tra i due poeti, la lettura di alcuni testi mirata alla comprensione del valore
umano e poetico dell'amicizia nell'ambito dello Stilnovismo, generata dal comune
amore per la poesia, da un forte legame spirituale e da un intenso scambio di
interessi ed esperienze, tutti aspetti particolarmente evidenti nel componimento
di Cino da Pistoia Amico, s'egualmente mi ricange, e soprattutto nei
due sonetti danteschi Se Lippo amico se' tu che mi leggi e Guido,
i' vorrei che tu e Lapo ed io. [28 agosto
2002]
Esiste una bibliografia di riferimento relativa alla
presenza di reminiscenze cavalcantiane in Dante?
In passato si è occupato del debito dantesco verso Cavalcanti il Contini, con
il suo noto scritto Cavalcanti in Dante, raccolto insieme ad altri saggi
in Un'idea di Dante. Saggi danteschi [Torino, 1976]. Di recente l'interesse
della critica si è nuovamente rivolto alla questione rimasta aperta con due
lavori che in qualche modo superano le considerazioni del Contini, che indicava
nel canto XXV del Purgatorio l'ultima «citazione polemica» cavalcantiana del
poema. Il primo, La perdita e il ritorno. Presenze cavalcantiane nell'ultimo
Dante [Pisa, 1999] estende fino agli ultimi canti della Commedia la presenza
di Guido, che si realizza in una rete fittissima di reminiscenze, citazioni
e suggestioni; il secondo di Danilo Bonanno, Guido in Paradiso. Donna me
prega e l'ultimo canto della Commedia [in "Critica del testo", IV (2001)],
partendo dalle conclusioni del precedente studio, tenta di analizzare le presenze
cavalcantiane nel canto conclusivo del poema. In particolare quest'ultimo lavoro
è interessante per i numerosi esempi testuali e i confronti puntuali tra i versi
dei due poeti. All'interno del cd, inoltre, nella sezione "saggi" relativa alle
Rime di Cavalcanti, la ricca nota bibliografica di Marcello Ciccuto offre
interessanti indicazioni in merito al rapporto di amicizia tra i due poeti e
al noto «disdegno»cavalcantiano. Oltre ai titoli indicati, è opportuno vedere
anche il più recente lavoro di Enrico Malato, Dante e Guido Cavalcanti: il
dissidio per la "Vita Nuova" e il disdegno di Guido [Salerno, 1997].
[27 agosto 2002]
Come è interpretato il motivo dell'amore nella poesia
cavalcantiana rispetto a Guinizzelli e Dante?
Nell'opera di Guido Cavalcanti ricorre con molta frequenza il motivo dell'innamoramento,
già caro alla tradizione cortese e reinterpretato dallo stilnovismo in modo
originale, superando le contraddizioni ideologiche e sociali nate in ambiente
cavalleresco dallo scontro tra il tema erotico e il moralismo religioso. Il
Dolce Stil novo sacralizza, infatti, la figura della donna e reinterpreta in
una prospettiva filosofica l'amore: tanto la donna guinizzelliana quanto la
Beatrice dantesca diventano, dunque, veicolo di salvezza, unica mediazione tra
il terreno e il divino. Lo sguardo e il saluto, attraverso cui si manifesta
esteriormente l'esperienza d'amore, producono spesso nell'amante un senso di
gioia purificatrice ed estatica beatitudine, ma a volte l'incontro con la donna
provoca al contrario un senso di angoscia e di devastante sgomento (si legga
ad esempio il sonetto di Guinizzelli, Lo vostro bel saluto). La lirica
di Cavalcanti porta alle estreme conseguenze questi aspetti contrastanti e descrive
l'esperienza amorosa come tormento interiore. L'attenzione verso le manifestazioni
esteriori dell'amore cede, come afferma Vittorio Coletti, alla «minuta analisi
della fenomenologia dell'innamoramento, inteso come contrasto tra idealità della
donna e forza distruttiva della passione», e lo stato d'animo dell'amante è
trasformato in scena, in uno spettacolo in cui i protagonisti sono l'anima,
il cuore, la mente, gli spiriti vitali, l'amore, ecc. Il soggetto-amante risulta
così disperso in una rappresentazione drammatizzata dell'amore, volta ad accertare
«i dati ontologici e patologici dell'eros», piuttosto che non i segni esteriori
dell'esperienza amorosa. La donna stessa, che pure come l'angelo guinizzelliano,
con la sua bellezza rapisce in estasi l'amante e lo fa sospirare, tuttavia non
media l'elevazione spirituale e religiosa di chi la contempla, ma anzi ne traduce
la gioia beatificante in tormento. È un essere ineffabile che trascende la natura
e delude costantemente le aspettative conoscitive dell'intelletto umano.
[26 agosto 2002]
Quali strumenti bibliografici possono essere utili
per avere un quadro generale dell'attività poetica di Cavalcanti?
Nel panorama della letteratura italiana del Medioevo la figura di Cavalcanti
- fatte salve le sue indiscutibili qualità di poeta - è stata spesso studiata
nella prospettiva del suo rapporto con gli altri stilnovisti e con l'amico Dante.
Un contributo importante alla conoscenza della sua personalità poetica è dovuto
tanto ai saggi di Antonio Enzo Quaglio sugli Stilnovisti nel vol. I/1
della Letteratura italiana Laterza, Roma-Bari 1970 e di Corrado Calenda,
Per altezza d'ingegno. Saggio su Guido Cavalcanti, Napoli 1976, quanto
all'Introduzione di Domenico De Robertis alla sua edizione delle Rime,
Torino 1986. Molto ricco è il settore della critica che indaga le relazioni
fa Guido e Dante: tra gli altri si possono contare il classico lavoro di Gianfranco
Contini Cavalcanti in Dante nella raccolta Un'idea di Dante. Saggi
danteschi, Torino 1976, e il più recente studio di Enrico Malato, Dante
e Guido Cavalcanti: il dissidio per la Vita nuova e il disdegno di Guido,
Roma 1997. [23 agosto 2002]
Quali
aspetti della figura di Cavalcanti possono attirare l'interesse del lettore
di oggi?
La tradizione ci tramanda il ritratto di un Guido Cavalcanti dallo spirito inquieto
e solitario, dagli atteggiamenti aristocratici, e questo certamente crea un
certo fascino anche attorno alla sua personalità di uomo politico e di letterato.
Così come può suscitare la curiosità del lettore moderno la sua figura di "filosofo
naturale" (nel mondo contemporaneo lo potremmo accostare a uno psicologo), che
indaga nelle questioni d'amore con grande finezza intellettuale. La sua attualità
è consacrata dalla bellissima lettura che ne fa Calvino nella sua lezione americana
sulla Leggerezza (Lezioni americane: sei proposte per il prossimo
millennio, Milano 1993), in cui dipinge un Cavalcanti poeta della "leggerezza
pensosa", perché riesce a raffigurare le sofferenze d'amore usando immagini
quasi incorporee - leggerissime appunto - come, ad esempio, gli spiriti di tante
sue composizioni, e perché mette a disposizione la sua dottrina per costruire
una sorta di "filosofia dell'amore". Boccaccio, nel suo Decameron, ritrae
Cavalcanti mentre spicca un salto pieno di destrezza e d'agilità: proprio questa
è una delle immagini che Calvino ci consiglia di mettere nella valigia per il
nostro viaggio nel nuovo millennio. [23 agosto
2002]
Qual
era il rapporto di Cavalcanti con i letterati del suo tempo?
Fondamentali per la formazione intellettuale di Cavalcanti sono le relazioni
con la Bologna dello studium, importante luogo di cultura dove, nel Medioevo,
si studiavano la scienza, il diritto, la retorica e si dibatteva di filosofia
(che ebbe gran parte nella lirica cavalcantina) e dove un gruppo di rimatori,
tra i quali spicca Guido Guinizzelli, elaborò i principi della nuova poesia,
fiorita pienamente nella grande stagione toscana. Nella Firenze dell'epoca Cavalcanti
occupava i primi posti negli ambienti della cultura (celebre la sua polemica
letteraria con Guittone) e nella vita pubblica, tanto che la sua attività politica
gli costò anche la condanna all'esilio, proprio come accadde a Dante. Il suo
rapporto con Dante è uno dei nodi più affascinanti e controversi della storia
letteraria italiana, considerato il fatto che è proprio il sodalizio nato tra
i due poeti a rappresentare il nucleo dello Stilnovo, cioè di quel circuito
intellettuale che gettò le basi della nostra lingua e della nostra letteratura.
Se a un certo momento s'ebbe una rottura testimoniata dal famoso passo dell'Inferno
(vv. 61-63 del canto X, in cui si racconta dell'incontro col padre di Guido,
dannato perché eretico) rimane il fatto che Cavalcanti è tra i pochissimi poeti
in lingua volgare da cui Dante attinge per la composizione della sua Comedìa,
e questo dimostra come il pensiero e la lingua cavalcantiani siano sempre presenti
nell'immaginario dantesco. [23 agosto 2002]
Dante
Alighieri
Dante
e il Novecento [29 agosto
2002]
Dante narratore e Dante protagonista della Commedia
[28 agosto 2002]
Ordinamento morale dell'Inferno dantesco
[27 agosto 2002]
Il San Francesco di Dante [26 agosto
2002]
Un'agile bibliografia
[23 agosto 2002]
L'attualità di Dante
[23 agosto 2002]
Dante e il suo pubblico
[23 agosto 2002]

Quale
importanza ha avuto Dante per il nostro Novecento?
Fin dall'inizio del secolo, ma soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale
le coscienze dei poeti dichiarano di non essere più in grado di produrre
poesia: basti pensare al silenzio dell'anima sbarbariana («Taci, anima
stanca di godere»), o al netto rifiuto della qualifica di poeta della
corazziniana Desolazione del povero poeta sentimentale («Io non
sono un poeta»), fino al celebre componimento di Eugenio Montale, Non
chiederci la parola. La poesia, dunque, diventa testimonianza autentica
di questa crisi e si fa tramite vano della ricerca di un senso dell'esistenza.
Significative sono le considerazioni di Eliot quando afferma che la letteratura
è in grado di restituire un mondo e che il poeta che per primo ha restituito
un mondo intero è stato appunto Dante. Per questo il Novecento non può
far finta che Dante non sia esistito, ma anzi lo recupera come memoria e utopia.
Basti pensare a come la poesia novecentesca riprenda e reinterpreti l'Ulisse
dantesco (e omerico). Proprio intorno a questa figura mitica, che attraversa
la letteratura antica e moderna, si potrebbe costruire un percorso didattico
volto soprattutto al confronto operativo tra testi, prendendo in considerazione
in particolare l'Ulisse dannunziano di Maia (IV, 22-123), che disprezza
la vita e ricerca il gesto eroico che ad essa dia significato, l'«eclisse
del mito» dell'Ulisse pascoliano dei Poemi Conviviali (XXIV, Calypso),
la lettura gozzaniana (in Poesie sparse) in chiave ironica del mito,
a cui fa da sfondo il mondo borghese, e ancora il "doloroso amore"
della vita dell'Ulisse di Umberto Saba (Mediterranee), fino al Capitano
Ulisse di Alberto Savinio, per toccare anche il teatro.
[29 agosto 2002]
Nel poema dantesco che rapporto si crea tra il narratore
e il Dante-personaggio?
La presenza di Dante nella finzione poetica come protagonista del viaggio attraverso
i tre regni dell'"oltremondo" crea un complesso gioco di prospettive, in cui
si intrecciano, di volta in volta, i tre ruoli specifici dell'autore, del narratore
e del personaggio. Come auctor, Dante è colui che scrive l'opera; come
"narratore" è colui che racconta all'autore gli eventi che costituiscono il
tessuto narrativo della Commedia; come "personaggio", infine, è appunto
l'agens, cioè il protagonista degli eventi stessi. Il lettore si confronta
costantemente con la sequenza auctor-narrator-agens scoprendo gradualmente
nell'autore il narratore e nel narratore il personaggio, che, a sua volta, in
ordine inverso, è stato dapprima protagonista di una "visione", si è fatto poi
narratore di questa e, infine, come autore, ha creato un'opera intorno ad essa.
I tre ruoli sono costantemente sovrapposti e spesso non è semplice distinguerli,
come osserva Roberto Mercuri nel suo saggio dedicato alla Commedia, presente
all'intero del cd. Basti un solo esempio per chiarire: mentre nel verso 4, «Ah
quanto a dir qual era è cosa dura», autore e narratore sembrano confondersi,
subito dopo autore e personaggio si distinguono alternandosi in «ma per trattar
del ben ch'io vi trovai, / dirò de l'altre cose ch'io v'ho scorte. / Io non
so ben ridir com'io v'entrai». [28 agosto 2002]
Quale criterio segue Dante nell'ordinare le varie colpe
nella voragine infernale?
L'Inferno dantesco ha un ordinamento morale, essenzialmente ispirato all'Etica
aristotelica. Come ha acutamente osservato Erich Auerbach, il poeta si ispira
talvolta anche ad altre fonti, lavorando costantemente su un "imponente materiale
di tradizioni di carattere mitico", come avviene per esempio per l'Antinferno,
dove sono destinati a un terribile tormento fisico i pusillanimi che "visser
senza infamia e senza lodo", per il primo e il sesto cerchio. In generale l'imbuto
infernale è diviso in nove cerchi e la gravità della colpa e, di conseguenza,
l'atrocità della pena sono direttamente proporzionali rispetto alla profondità
in cui è collocata l'anima dannata. Il primo cerchio contiene "i pagani virtuosi
e i bambini non battezzati", privati della beatitudine e della vista di Dio
per non essere stati cristiani. Dal secondo al quinto cerchio sono puniti i
peccati di incontinenza, ovvero gli eccessi fisici e spirituali, nell'ordine,
della lussuria, della gola, dell'avarizia e dell'ira. Nel sesto cerchio, come
si diceva, si trova una categoria di peccatori non prevista dall'Etica aristotelica,
quella degli eretici e degli atei epicurei; poi seguono nei tre cerchi successivi,
rispettivamente, i violenti (contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio),
i fraudolenti (dai seduttori ai falsari) e i traditori che hanno ingannato volontariamente
un vincolo sacro di fiducia. A questo punto siamo nella parte più profonda della
voragine infernale dove è confinato Lucifero, il più alto dei traditori, che
stringe nelle sue fauci Giuda, traditore di Cristo, e Bruto e Cassio, assassini
di Cesare e traditori dell'Impero. [27 agosto
2002]
Come viene interpretata la figura di San Francesco da Dante
nella Commedia?
Dante, per bocca di San Tommaso d'Aquino, tesse l'elogio di San Francesco nel
canto XI del Paradiso. Siamo, dunque, nel cielo del Sole, il IV dell'ultimo
regno visitato dal poeta, che accoglie gli spiriti sapienti. La lode del santo
muove da un intento meramente polemico, dal momento che Dante celebra l'umiltà
di Francesco e la sua adesione alla «Povertà» per condannare in opposizione
la corruzione della Chiesa e l'attaccamento degli ecclesiastici ai beni materiali,
in particolare dell'ordine domenicano. Che lo spirito polemico sia esteso alla
corruzione dell'intera Chiesa è confermato dal fatto che nel canto successivo
toccherà a San Bonaventura da Bagnoregio elogiare in modo simmetrico San Domenico
condannando la decadenza dei francescani. Il ritratto del santo si ispira fedelmente
alle biografie medioevali, senza ricorrere ad aneddoti o alle credenze della
tradizione popolare. L'assenza di sentimentalismi e la forza della rappresentazione
sembrano restituire l'immagine di un eroe, e dice bene il Momigliano quando
afferma che «quello di Dante non è il "poverello", ma il grande della povertà».
Il ritratto ripercorre sinteticamente i momenti fondamentali della biografia
del santo, dallo scontro con il padre all'adesione alla «Povertà», che diventa
allegoria del suo sacrificio e della sua devozione a Cristo, al miracolo delle
Stimmate. Un ritratto energico, dunque, privo di patetico sentimentalismo, ma
non del calore di un'intensa vicenda umana. Tra umanità e Provvidenza si colloca
la figura del santo, funzionale all'interno della cornice della religiosità
dantesca a confermare ancora una volta la grandezza del consiglio divino «nel
quale ogni aspetto / creato è vinto pria che vada al fondo».
[26 agosto 2002]
È possibile indicare una bibliografia essenziale per un
primo iniziale approccio a Dante Alighieri e alla sua opera?
Come è facile immaginare la bibliografia relativa a Dante e alla sua opera è
pressoché sterminata e attraversa ininterrottamente tutti i secoli che ci separano
da lui, a partire già dagli anni immediatamente successivi alla data della sua
morte (1321). Oggi disponiamo però di alcuni utili profili e di agili trattazioni
all'interno soprattutto delle cosiddette "grandi letterature". Segnaliamo in
particolare il Dante di Nicolò Mineo, vol. 5 della Letteratura italiana
Laterza (Roma-Bari 1991) e il contributo di Roberto Mercuri, Genesi della
tradizione letteraria italiana in Dante, Petrarca e Boccaccio, nel vol.
I. L'età medievale della Letteratura italiana. Storia e geografia,
diretta da A. Asor Rosa, Torino 1987, pp. 229-455. Tra i saggi più recenti:
Giorgio Padoan, Introduzione a Dante, Firenze 1995; Jacqueline Risset,
Dante: una vita, Milano 1995 e Nino Borsellino, Dante, Roma-Bari
2000. Per un aggiornamento critico: Dalla bibliografia alla storiografia:
la critica dantesca nel mondo dal 1965 al 1990, a cura di Enzo Esposito,
Ravenna 1995. [23
agosto 2002]
Quali sono gli aspetti di attualità che rendono proponibile
ai lettori di oggi una figura come quella di Dante Alighieri?
Dante suscita nei lettori moderni un certo fascino per la particolarità
della sua biografia: uomo di letteratura, ma anche di impegno politico, ha avuto
la forza di affrontare le traversie più diverse; di restare sempre fedele agli
amici - pochi dei quali abbandonò soltanto nel momento in cui ravvisò nel loro
operato un allontanamento dall'amore comune per le sorti della sua patria, Firenze
-; di accettare l'esilio senza mai cedere a compromessi; di trasformare la propria
esistenza in un continuo pellegrinaggio da una all'altra delle corti italiane,
dimostrando sulla propria pelle la drammaticità della condizione storica dell'Italia
in quel periodo. A questo interesse, che è stato di gran lunga la sua vera fede,
ha piegato anche l'attività letteraria: senza di esso non sarebbero comprensibili
non solo la Comedìa e il De monarchia, me neppure il Convivio,
il De vulgari eloquentia e la storia d'amore per Beatrice. L'élite
di poeti che si riconobbero intorno allo Stil novo ebbe infatti innanzi tutto
il ruolo fondamentale di collaborare alla costruzione dei valori fondamentali
della cultura occidentale europea. [23
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Dante si era posto la questione della leggibilità della
Comedìa da parte del suo pubblico?
Farsi capire era per Dante molto più importante di quanto possa oggi apparire
a noi, destinati dalla lontananza storica e temporale a perdere alcune delle
allusioni e dei rimandi più significativi del suo testo. Egli si era posto innanzi
tutto il problema di quale lingua avrebbe dovuto usare uno scrittore in volgare
desideroso di trattare i più diversi argomenti, facendosi intendere dal maggior
numero di lettori ed aveva elaborato la teoria (soprattutto nel De vulgari
eloquentia) di un volgare illustre (perché sublima chi l'adopera),
cardinale (poiché tutti i volgari vi girano attorno come un cardine),
aulico (perché se in Italia ci fosse stata una reggia, sarebbe stata
la lingua da essa adottata), curiale (poiché risponde all'esigenza di
eleganza), decisamente superiore al latino. Questo volgare "italiano" aveva
avuto una sua compiuta manifestazione nell'impasto linguistico utilizzato dalla
tradizione poetica a lui precedente (dai Siciliani a Guinizzelli). Si tratta
dunque di un prodotto squisitamente letterario, di cui Dante si impossessa per
consegnarlo alle future generazioni di scrittori. Ma Dante cercò anche di attirare
i suoi lettori, sorprendendoli con la costruzione di una forma letteraria che
metteva in crisi l'intero sistema retorico dei generi. Nonostante si siano spesso
richiamati la letteratura delle visioni, gli itinerari allegorici di viaggio
e le descrizioni dei regni ultramondani - precedentemente realizzati da autori
come Giacomino da Verona (De Babilonia civitate infernali e De Ierusalem
celesti) o da Bonvesin de la Riva (Libro delle tre scritture) - o
persino le forme classiche dell'epica, la Comedìa sfugge infatti ad ogni
definizione di genere letterario. Ne unisce molti, ma non coincide con nessuno,
divenendo una geniale sintesi di stimoli letterari diversi, una sorta di summa
delle forme e del patrimonio culturale dell'intera tradizione medievale: definirla
semplicemente un poema didattico-allegorico, anche se certamente vero, risulta
perciò decisamente fuorviante ed è un'interpretazione propria più del dibattito
critico successivo a Dante che delle reali intenzioni dell'autore. [23
agosto 2002]
